• Claudio Carabelli

Viaggio nella dimensione spirituale

Una folla che non si poteva contenere.

I fiorentini si accalcavano l’un sull’altro per potere osservare il procedere del corteo.

La delegazione bizantina, circa 700 persone, che partecipava al Concilio per trattare la riunione delle Chiese latina ed ortodossa, entrò a Firenze in modo trionfale.

Non si era mai vista in città tanta magnificenza: il corteo dei bizantini, accompagnato da musicali strumenti, con Giovanni VIII Paleologo e le sue legazioni di notabili e dignitari vestite in fogge curiose e particolarissime per il gusto occidentale, era stato preceduto dalla sua fama.

Con l’Imperatore facevano parte della delegazione i fratelli Demetrio e Tommaso, il patriarca di Costantinopoli Giuseppe II, molti vescovi, teologi e intellettuali, tra i quali Il futuro cardinale Basilio Bessarione, Isidoro di Kiev e Gemisto Pletone.

Bessarione, non ancora trentenne, era l’uomo giusto per trattare con i Latini e convincere i propri teologi che “a noi conviene molto più essere liberati (dai Turchi) che liberare dall’errore dottrinario gli altri (i Latini)".

I Romei, gli eredi della romanità e l’ultimo despota di Bisanzio, capitale dell’Impero Romano d’Oriente, entravano a Firenze per il Sinodo del 1439.

Tra i curiosi ed eccitati spettatori, due giovani aspiranti pittori, cercavano un varco per stupirsi.

E proprio mentre riuscivano a salire sopra un carro, davanti a loro, transitava un adolescente dai capelli ricci, biondo, in costume azzurro; sul cavallo lo seguiva un ghepardo in catene.

Il ragazzo angelicato era Tommaso, fratello più giovane di Giovanni VIII.

Corteo dei Magi, Benozzo Gozzoli, 1459 Palazzo Medici Riccardi


I due aspiranti pittori si chiamavano Piero della Francesca e Benozzo Gozzoli.

Questa immagine del corteo si fissò per sempre nella loro mente e al momento opportuno, seguendo strade diverse, sarebbe riaffiorata alla memoria, dando vita a due capolavori immortali: il Corteo dei Magi e la Flagellazione.


Una decina d’anni anni dopo...

La sera del 29 maggio 1453, “quando l’ombra dai capelli arruffati della notte, simile al volto di una schiava greca, scese sul giorno, i guerrieri della fede traversarono il fossato e appoggiarono scudi e scale alte come il cielo alle mura delle torri... i turchi entrarono dalle rovine della Porta di San Romano. Tutti i viali, le strade e i vicoli erano pieni di sangue e di umore sanguigno che colava dai cadaveri dei civili sgozzati e fatti a pezzi”.

Isidoro di Kiev all’amico e collega Bessarione che si trovava in Italia.

Al grido di “Allah akbar”, Bisanzio venne distrutta.

Un 11 settembre datato oltre cinquecento anni fa, e certamente molto, ma molto più tragico!

Questi due eventi consumati nell’arco di poco più di un decennio hanno convinto alcuni storici dell’arte a mettere in diretto rapporto il passaggio della cultura neoplatonica bizantina in Occidente, tramite alcuni delegati bizantini del concilio, Giorgio Gemisto Pletone, Bessarione, e tanti altri intellettuali, con l’impulso decisivo allo sviluppo del Rinascimento italiano.

Bessarione era un aristocratico intellettuale bizantino, creato successivamente “cardinale orientale”, divenuto un sofisticato diplomatico, assumendo un ruolo strategico nella curia romana, presso la quale si stabilì dopo il Concilio.


Sette anni dopo, una galera veneziana salpò da Pilo, risalendo la costa occidentale del Peloponneso: a bordo l’ultimo despota di Costantinopoli, Tommaso Paleologo, la moglie, i tre figli, Andrea, Manuele e Zoe, tutti in giovane età, e alcuni nobili.

La galera fece tappa a Patrasso e qui venne imbarcata la testa di sant’Andrea, patrono della chiesa bizantina.

Lasciati moglie e figli a Corfù, Tommaso Paleologo raggiunse l’Italia, si incontrò con Bessarione e giunse a Roma. All’ultimo despota della Morea era destinato il trono della Nuova Bisanzio.

Per questo il nuovo papa Pio II e Bessarione, nel 1460, l’avevano richiamato “in temporaneo esilio” in Italia.

Questo evento è testimoniato da cinque tele, disegnate da un pittore fiammingo, Bernhard van Rantwyck e oggi conservate al Museo diocesano di Pienza.


La prima tappa del nostro viaggio, volto “a toccar con mano” Piero della Francesca, è quindi Palazzo Borgia a Pienza, sede del museo. I Borgia e altri cardinali furono di fatto quasi “costretti” dal nuovo papa Pio II, al secolo Enea Silvio Piccolomini, a costruire i propri palazzi nella città che lo vide nascere.

Piccolomini, uomo colto, umanista, trasformò il piccolo borgo nella città ideale, secondo i canoni umanistici del suo tempo: la piazza trapezoidale fu radicalmente riprogettata dall’architetto Bernardo Rossellino, creando un unico complesso architettonico tra la piazza Pio II, la Cattedrale, il palazzo Piccolomini, Borgia e Pretorio.


Pienza: piazza Pio II Museo Diocesano: Bernhard von Rantwyck, ante 1583


Nella foto, la terza tela che ritrae la partenza dalla Rocca di Narni per Roma degli inviati pontifici (cardinali Oliva, Bessarione, Francesco Piccolomini).

Bessarione è sempre rappresentato con il saio nero, a volere sottolineare il fatto di essere prima di tutto un monaco.

Giova ricordare che questi quadri furono commissionati più di un secolo dopo l’evento da Francesco Maria Piccolomini, pronipote del papa Pio II.

Probabilmente fu lo stesso cardinale Bessarione a suggerire a Tommaso Paleologo di portare con se la reliquia che aveva un indiscusso valore simbolico e politico e avrebbe valso al suo signore molte offerte di asilo in Occidente, oltre a quella di Pio II.

La difesa di una reliquia poteva conferire legittimità ad un impero, come vuole la leggenda riferita a Costantino (e di Eraclio qualche secolo dopo) per il legno della Vera Croce.

Fatti narrati dagli affreschi della chiesa di San Francesco ad Arezzo.


Ed è proprio ad Arezzo che ci dirigiamo, il giorno dopo, alla ricerca del primo incontro con Piero della Francesca, non prima di avere però apprezzato l’ospitalità del Rigo, agriturismo di qualità, posto in un luogo dall’alto valore paesaggistico (ed enogastronomico) di San Quirico d’Orcia.



Gli affreschi della Cappella Bacci che Piero della Francesca dedica alla Leggenda della Vera Croce, furono realizzati presumibilmente tra il 1452 e il 1466.

Rappresentano diversi episodi del legno della Croce, episodi temporalmente non sequenziali (manca l’episodio della Crocifissione: perché mai? Forse perchè gli affreschi sembrano avvolgere il grande crocefisso?).


Chiesa di San Francesco, Arezzo Cappella Bacci


Nel riquadro di destra che rappresenta l’incontro tra la regina di Saba e il re Salomone (la regina racconta di avere avuto la rivelazione che su quel legno troverà la morte un uomo e che a seguito di tale evento il regno dei Giudei avrà termine), quest’ultimo è rappresentato come un uomo barbuto, dalle ricche vesti damascate, giallo e azzurro a richiamare gli abiti pontificali del patriarca di Costantinopoli: Piero ha conferito al re Salomone le sembianze del cardinale Bessarione.

Chiesa di San Francesco, Arezzo Cappella Bacci


Nel successivo riquadro della battaglia di ponte Milvio, Costantino ha le sembianze dell’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo.

Per l’immagine del primo protettore ufficiale del Cristianesimo, Piero si ispirò all’Imperatore di Bisanzio: anche Il copricapo conico che indossa Costantino è quello tipico dei monarchi bizantini.

Probabilmente Piero si rifece ad una medaglia di Pisanello che riportava l’effige di Giovanni VIII Paleologo ma sicuramente, sia per il cardinale Bessarione che per l’Imperatore, all’artista sovvenne il ricordo di quelle memorabili giornate fiorentine dell’ingresso in città della delegazione bizantina.


"A livello compositivo Piero segue una ripartizione a riquadri geometrici coerente in ogni coppia di scene. Le forme tendono tutte a diventare volumi geometrici luminosissimi, i colori chiari e calibrati, la luce è bianca ed astratta e risponde alle leggi prospettiche come tutto il resto.

Il mondo rappresentato da Piero non è quello esteriore della natura ma sembra essere un mondo astratto, costruito dalla mente razionale dell’uomo".

Ilaria Pugi


Insomma il Medioevo è alle spalle e il Rinascimento, le nuove idee filosofiche, il neoplatonismo importato dagli esuli bizantini, dettano i nuovi canoni anche per l’arte.


Negli anni in cui dipingeva la Cappella Bacci, Piero della Francesca ricevette altre committenze da eseguire in altre città d’Italia.

Ma per noi non è venuta l’ora di lasciare Arezzo: ci spostiamo di poche centinaia di metri per raggiungere il Duomo.

Entriamo quindi nella Cattedrale di San Donato, risalendo lungo la navata sinistra.

“Fece nel Vescovado di detta città una Santa Maria Maddalena a fresco, allato alla porta della sagrestia”.

Giorgio Vasari

Cattedrale di San Donato, Arezzo Maria Maddalena


Si fa fatica a non rimanere delusi di fronte a questa opera.

Non per l’opera in sè, quanto per la sua collocazione.

Verso la fine del Settecento, quando non si parlava certo di Piero nei termini in cui se ne parla oggi, fu realizzato il cenotafio di un vescovo che, praticamente addossato all’affresco, lo ha reso poco visibile, oscurandolo.

Una offesa all’arte di Piero.

Maddalena ha in mano l’ampolla degli unguenti utilizzata per cospargere il corpo di Cristo: è stata dipinta in un modo del tutto particolare, rendendola simile ad una fonte di luce.

Sembra quasi che la mano e l’ampolla si sporgano verso di noi che stiamo guardando.


“Maria Maddalena ha lo sguardo abbassato rivolto verso lo spettatore, profondo ed espressivo e qui non viene rappresentata penitente ma trionfante.

La sua bellezza elegante, quasi trascendente, la fa diventare un vero manifesto della “dignità della donna”

Ilaria Pugi


È ormai ora di un fugace pranzo, consumato nella piazza Grande di Arezzo, e del ritorno al parcheggio, camminando in quelle vie e piazze rese famose da tanti film qui ambientati, come ci ricordano molti manifesti affissi: primi fra tutti quelli relativi a “La vita è bella” di Benigni.


Piazza Grande Arezzo


Poi di nuovo in strada verso Monterchi.

Neppure mezz’ora ci divide dal piccolo borgo in cui nacque la madre di Piero, giusto il tempo di una chiacchierata fra di noi, a sottolineare come, forse, le motivazioni di Giovanni VIII Paleologo che lo spinsero ad accettare e sottoscrivere la conciliazione con il Papa, fossero dettate non tanto dal riunire le due Chiese (in effetti al ritorno a Bisanzio, molti cardinali non vollero riconoscere il risultato raggiunto e si rifiutarono di sottoscriverlo) quanto dalla necessità di trovare un appoggio politico-militare per affrontare Maometto II e le pretese dei Turchi di invadere l’Impero orientale.

Musei Civici Madonna del Parto, Monterchi


Negli stessi anni dell’esecuzione del ciclo di affreschi di Arezzo, Piero della Francesca è a Monterchi a dipingere La Madonna del Parto.

La Madonna è incinta e collocata al centro di un baldacchino.

Due angeli ne aprono la tenda per consentirci di vederla.

L’affresco in origine era stato dipinto in una chiesa del luogo, solo dopo la seconda guerra mondiale, se ricordo bene, è stato trasferito nell’attuale museo.

Dobbiamo fare un grande sforzo di immaginazione per pensarla illuminata dalla stessa luce che aveva scelto Piero per dare risalto alla figura e alla sua maternità.

Sembra che l’affresco sia stato realizzato in soli 7 giorni: a essere maligni e guardando i due angeli speculari, certamente realizzati con lo stesso cartone ribaltato, c’è da crederci!

L’ affresco è mancante della parte superiore, conica, del baldacchino, ciò che rende più difficile, secondo me, percepire la profondità della scena.

Ma la matematica è ovunque: una guida multimediale ci offre una sintesi dell’uso che Piero ne fece nell’affresco.



"Il Rinascimento è debitore da Piero della Francesca di uno dei suoi concetti più alti: la sintesi razionale fra uomo e Dio, tra fenomeni naturali e regole matematiche.

La sua capacità di trattare allo stesso modo la materia pittorica e la teoria geometrica, rappresenta la vera sintesi dell’Umanesimo.

Proprio per questo la pittura chiamata Madonna del Parto a Monterchi è un capolavoro assoluto".

Dal sito www.madonnadelparto.it

Scena tratta dal film "La prima notte di quiete" di Valerio Zurlini, 1972


Siamo di nuovo in strada con direzione Sansepolcro

In un testo del 1454 è riportato il mito delle origini di San Sepolcro definito “nuova Gerusalemme”: la presenza della Resurrezione di Cristo nel palazzo comunale "si carica di un forte sentimento civico e di rappresentazione della comunità” (voce Wikipedia).

La Resurrezione Piero della Francesca, Museo civico Sansepolcro

Eccoci a chiudere la magnifica giornata nel borgo in cui nacque Piero della Francesca.

Davanti a noi l’opera che Austen Henry Layard, verso la metà dell’Ottocento, fece scoprire al mondo e aprì le porte al riconoscimento universale di Piero, come artista assoluto del Rinascimento italiano.

Aldous Huxley, nel 1924, definì questo affresco “la più bella pittura del mondo”.


"Con grandissima acutezza intellettuale, Piero della Francesca riuscì a conciliare la prospettiva geometrica di Brunelleschi, il senso del volume di Masaccio, la luminosità di Beato Angelico.

A Piero gli oggetti, tutti gli oggetti, dunque anche gli uomini, interessarono solo nella loro idealità geometrica: la figura umana fu da lui concepita non come rappresentazione di un individuo, ma nella sua identità assoluta di forma, luce e colore".

Giuseppe Nicosì


Come riconoscere e rappresentare un fatto, la resurrezione, che è oltre la comprensione umana?

Una interessante riflessione sulla Resurrezione di Federico Leoni.



Il papato di Pio II, 1458/1464, si caratterizzò per “l’alta dignità del magistero pontificio, per la grande cultura umanista e per la sua energia espressa nella difesa della cristianità dalla minaccia turca”.

Nell’ottobre del 1458, in accordo con Bessarione, riunì un congresso dei Principi cristiani a Mantova per cercare alleati e risorse finanziarie per una futura crociata contro i Turchi.

Di fronte alle tiepide risposte dei Principi attuò una politica diplomatica diffusa per raggiungere i propri scopi.

Era necessario sensibilizzare quella che oggi definiamo “l’opinione pubblica” che avrebbe dovuto mettere sotto pressione i regnanti.

Non esistevano Internet, Tv e cellulari, scrisse e diffuse lettere provocatorie, offrendo addirittura il titolo di Imperatore cristiano a Maometto II, se si fosse battezzato, e poi... chiamò a Roma Piero della Francesca.

A Piero fu chiesto di dipingere un’opera che avrebbe dovuto rappresentare il manifesto dell’indignazione cristiana per quanto accaduto e convincere i ritrosi della necessità di una nuova crociata.

Il capolavoro di Piero è rappresentato da “La flagellazione di Cristo”.


La flagellazione di Cristo Piero della Francesca Galleria Nazionale delle Marche di Urbino


Abbiamo avuto modo di vedere questo dipinto anni fa a Urbino. La scena della flagellazione di Cristo rappresenta l’immagine metaforica della sorte di Costantinopoli, martirizzata dalla conquista islamica.

Pilato che assiste quasi impotente alla scena è Giovanni VIII Paleologo.

Una prospettiva quindi nel tempo (Piero immagina che Costantinopoli non sia ancora caduta: infatti i calzari purpurei, emblema del potere imperiale sono ancora ai piedi di Giovanni VIII, mentre il turco che assiste e l'Unto del Signore, sono dipinti scalzi) e nello spazio: in primo piano il confronto tra tre personaggi in atto di elaborare piani politici per salvare l’impero bizantino dai Turchi.

Ma chi sono i tre personaggi?

Secondo Silvia Ronchey, critico d’arte e bizantinista, la scelta di Piero fu quella di rappresentare coloro che, più di altri, furono motivati e si adoperarono per salvare l’Impero bizantino: l’uomo con la barba a sinistra è il cardinale Bessarione, il giovane al centro è Tommaso Paleologo, l'Unto del Signore, e il terzo uomo, in abito damascato, potrebbe essere Niccolò III.

Pio II morì ad Ancona nel 1464 mentre attendeva di imbarcarsi sulle galere veneziane alla volta di Costantinopoli.

La crociata non ebbe più luogo.

La Flagellazione è sopravvissuta per stupire il mondo ancora cinquecento anni dopo.


Noi non ci rechiamo ad Urbino ma il giorno dopo ci spostiamo a Todi, alloggiando nel monastero cinquecentesco della Santissima Annunziata.


Todi, piazza e refettorio del Monastero della Santissima Annunziata


La strada panoramica che affrontiamo ci immerge nei colli toscani e umbri, in un paesaggio unico, incontaminato, pressoché rimasto tale e quale a quello dei tempi di Piero.


"Nei tempi passati che non torneranno più, quando le distanze non potevano esser vinte senza fatica, questa era da un lato compensata dalla possibilità di fare osservazioni profonde sulle contrade che si traversavano e dall’altro dalla dolcezza delle ore vespertine, quando, dalla cima dell’ultima collina superata, il viaggiatore vedeva il quieto villaggio dove era costretto a passare la notte, distendentesi sui prati al di là del torrente, o pure quando allo svolto lungamente atteso di una strada, nella prospettiva polverosa vedeva per la prima volta le torri di una città famosa, languide nel tramonto".

Le pietre di Venezia John Ruskin

Piero della Francesca ebbe come maestro Domenico Veneziano, ma tanti grandissimi pittori dell’epoca lo ispirarono; tra questi il “pittore di luce”: il Beato Angelico.

Prima di completare il viaggio raggiungiamo allora Cortona, città natale dell’Angelico, per prendere visione dell'Annunciazione.

Cortona, Museo Diocesano


Si tratta di una tempera su tavola, dipinta probabilmente nel 1430 e conservata nel Museo Diocesano.

Siamo di fronte ad un capolavoro assoluto.


L’angelo si esprime con gesti delle mani e con parole che l’artista rende come se ci trovassimo in un moderno fumetto. Per distinguere la risposta della Madonna le sue parole sono dipinte capovolte.

Il punto di fuga ci riporta al giardino dipinto in alto a sinistra; nel riquadro la cacciata di Adamo ed Eva, momento di rottura tra Dio e l’Uomo che solo l’accettazione di Maria ricompone.

Beato Angelico fu miniatore di grande abilità: guardare l’Annunciazione sembra quasi di osservare un’opera in 4K!


Una natura immobile come Dio l’ha creata, e un arte che guarda alla realtà, nella quale la divinità è ovunque presente e si rivela attraverso la luce.

La luce divina, il lumen non la lux terrena, che veste di riflessi dorati questo capolavoro, che consente di elevarsi a comprendere l’idea suprema dell’essere.

Un’arte fatta per pensare e non per contemplare”.

Maurizio Calvesi

Un’arte fatta per pensare e non per contemplare: esattamente il contrario della mia esperienza di fronte a tutti questi capolavori.

La dimensione spirituale è fondamentale per l’essere umano e può concretizzarsi anche attraverso altri canali: arte e filosofia o ciò che tradizionalmente chiamiamo umanesimo.

Questo ho cercato nel viaggio, questo ho trovato nell’arte di Piero.

Ps: Il cardinale Bessarione resosi conto della velleità di potere riconquistare Bisanzio, riuscì, da abile e scaltro diplomatico quale era sempre stato, a garantire la sopravvivenza della dinastia dei suoi Signori, facendo sposare Zoe Paleologo con Ivan III di Russia.

L’ortodossia di Bisanzio era salva.

Ormai vecchio e sentendosi avvicinare alla morte, fece in modo che tutta la sua biblioteca giungesse integra a Venezia, dove costituì il nucleo della futura Biblioteca Nazionale Marciana.

Morì a Ravenna nel 1472.


Piero della Francesca gli sopravvisse per alcuni anni.

Morì a Sansepolcro il 12 ottobre 1492.

Il nuovo mondo era alle porte.

BIBLIOGRAFIA

L'enigma di Piero 2006, Silvia Ronchey Rizzoli


La leggenda della Vera Croce 2004, Raffaella Cornacchini Ministero per i Beni e le Attività Culturali







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